Eccoci finalmente ad Arco di Trento.
E’ sabato 2 Maggio, ci accingiamo a lavorare un pino silvestre yamadori durante la demo della IBS di cui Federico fa parte; l’albero è stato raccolto qualche anno fa da un amico, socio del Bonsai Gymnasium oltre che allievo della Bonsai Creativo School, Ezio Corradin.
Il pino è molto vecchio, ma il giusto tempo nel contenitore per consentirle l’attecchimento (4 anni), e le concimazioni eseguite ad hoc da parte di Ezio l’hanno fortificata; è una pianta generosa e pronta a superare lo stress alla quale la sottoporremo.
A casa, prima di venire ad Arco abbiamo operato una pulizia degli aghi, forse abbiamo esagerato un poco e, giustamente, qualche collega istruttore di Federico ci critica, li ringraziamo per l’osservazione e procediamo con il lavoro.
8,59 e 57 secondi…, 58…,59…ore 9,00!
Iniziamo il lavoro..
Bene, i compiti sono stati decisi in precedenza, dopo la potatura dei rami in eccesso io mi concentrerò sulla parte di legna secca posteriore, Fedrico su quella anteriore.
Iniziamo, come dicevo, con la lavorazione del legno; l’accordo preso tra noi è quello che per questo tipo di lavorazione non avremo usato nessuno strumento elettrico ma solo sgorbie, scalpelli e martello, siamo consapevoli che il tempo è poco ma sappiamo anche che è possibile riuscirci nei tempi previsti.
Lo stop alle lavorazioni è previsto alle 19 di sta sera.
Usando delle sgorbie e dei coltellini, che normalmente servono a modellare gli zoccoli dei cavalli e che abbiamo adattato al nostro scopo, facciamo pulizia di tutta la corteccia, iniziando da quella che ricopre i rami già secchi da tempo per terminare con quella dei rami che abbiamo appena potato.
Con gli scalpellini incidiamo delle parti di legno che poi strappiamo con le pinze, scaviamo tra le fibre ricavando delle anse e dei rilevi sui rami secchi trattati..
Lavorando in questa maniera, incidendo e “strappando” le lingue di legno, si tenta di imitare gli agenti atmosferici, i traumi meccanici e il passare del tempo che solitamente rendono unici jin e shari degli yamadori.
Dopo aver lavorato grossolanamente le porzioni di legno iniziamo un minimo di approfondimento delle linee degli “scavi”, per far ciò usiamo anche delle “sgorbiette coreane” di varie misure dallo 0,1 mm allo 0,8 mm di larghezza della lama, le alterniamo a seconda delle dimensioni del ramo o della porzione del legno da trattare.
Creati i vuoti nel legno, usiamo il fuoco per rendere più vecchio e naturale la porzione di ramo trattata e, nello stesso tempo, scaldando bene nei punti giusti e con l’ausilio delle pinze, operiamo delle torsioni e delle piegature dei jin per posizionarli la dove vogliamo.
Sentiamo i commenti dei visitatori, alcuni si “dissociano” da questo tipo di lavorazione, altri invece, ne sono entusiasti…
Mah, dico io a Fede: la solita storia, Italia è divisa a metà!
Un cenno d’intesa, sorridiamo e procediamo.
Sia la parte posteriore che quella anteriore della legna secca dovrà avere un portamento verso in “avanti”, infatti l’idea che ci siamo fatti della forma dell’albero è quello di un battuto del vento e prostrato, una forma che, dove è stato raccolto lo yamadori, non è affatto inusuale.
La scelta dello “stile” è quindi condizionata da ciò che i nostri occhi hanno visto spesso sui
monti del Cadore o dell’Alto Adige dove solitamente ci rechiamo a fare delle ottime passeggiate.
A questo punto la lavorazione del legno è terminata, Federico procede con il liquido da jin sulle parti lavorate mentre io inizio la raffiatura dei due grossi rami e la successiva applicazione della “camera d’aria”.
Quest’operazione serve a “rendere meno traumatica” per i rami le forti piegature che andremo a operare; solitamente questo tipo di pieghe sui pini le facciamo qualche tempo prima della ripresa vegetativa, diciamo grossomodo verso la metà fine di febbraio, in maniera tale avvicinarci il più possibile al periodo della ripresa delle attività vitali dell’albero; in questo modo la reazione alle sicure sfibrature è più celere.
Spesso adottiamo anche il metodo di non usare il filo ma operiamo le pieghe dei rami per gradi solo dopo un’abbondante raffiatura, avvalendoci di tiranti
Il mese di maggio è secondo noi sfavorevole per queste pieghe, ecco quindi il perché di queste accortezze e l’uso del filo di rame di grosso diametro sopra le protezioni.
Alla fine di questo intervento si sono fatte le 12,30 e c’è richiesto, dall’organizzazione, di stoppare il lavoro per la pausa pranzo, prima di uscire dalla sala diamo uno sguardo al lavoro degli altri dimostratori, sono tutti molto più avanti di noi…
Mangiamo il panino in silenzio e con Alberto (mitico fotografo) che ci rincuora: “tranquilli, siete nei tempi e il lavoro è molto pulito”, gli viene in soccorso pure Luca (Bragazzi) che sembra soddisfatto più di noi della demo che stiamo facendo.
Che personaggio Luca, un grande, un amico!!
Si ricomincia, iniziamo con il posizionare il filo di rame, da 4 mm, nel primo ramo basso e procediamo alla torsione, per gradi; c’era un altro accordo tra Federico e me, non avremo usato delle leve ma avremo alternato i tiranti fino a posizionare il ramo dove deve andare.
Posizionato il ramo procediamo poi con la legatura di tutti i rametti secondari e terziari usando il filo di dimensioni dal 1, 5 mm allo 0,8 mm.
A questo punto eliminiamo i tiranti in eccesso e ne rimangono solamente due, uno ancorato nella parte più acuta dell’angolo della curva e uno quasi all’apice del ramo stesso.
Inizia ora, per Federico, la fase di modellatura del ramo, opera posizionando ogni singolo rametto dalla parte opposta a quella da dove “soffia il vento”.
Il procedimento appena descritto l’adottiamo per il ramo posizionato più in alto.
Abbiamo quasi finito, siamo soddisfati, alziamo lo sguardo: i colleghi di Federico hanno tutti terminato e siamo gli unici a soffermarci ancora dietro i tavoli da lavoro, caspita sono le 18 e 45 minuti!!!!
Si fa un poco di gente attorno a noi che commentiamo: “non c’è altro da vedere, per forza stanno qui”…..
So che la gente a Federico mette un poco di ansia, ma un talento come lui dovrà, per forza, farci l’abitudine, quindi sdrammatizzo ancora dicendogli che in realtà “la gente sta ferma a guardare il lavoro che stiamo facendo perché li hanno chiusi dentro alla stanza con noi”.
Sorridiamo….
Posizionato l’apice ci solleviamo da tavolo e giriamo la pianta verso la gente.
Un applauso!
E’ ben riuscito questo primo step su “Silvestro”, è contento anche Ezio che ci sta guardando.
Bene, foto di rito alla quale invitiamo anche il nostro “Luca nazionale”
Siamo soddisfatti e poi, ci è chiaro che siamo stati capiti, il lavoro “a mani nude” apprezzato.
Grazie, Arco.
Al rientro a casa, vista la stagione, togliamo tutto il filo e lasciamo solo i tiranti a fare il loro lavoro sui due grossi rami.
“Silvestro” viene posizionato in mezz’ombra e nebulizzato spesso, ha reagito bene e ora i germogli si sono allungati vigorosi.
Tra qualche anno l’amico Ezio lo potrà far ammirare in qualche esposizione.
Marco & Federico, Bonsai Gymnasium